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Location:Genova, Italy
Dipendiamo da quel tonfo leggero dell'anima che ricade su se stessa. Dipendiamo da quel doloroso sussulto della vita che crepita come il legno divorato dal fuoco. Dipendiamo da quel fatale desiderio di una mancanza che riveli la nostra presenza, il nostro essere attraverso ciò che non abbiamo o non abbiamo più. Tutte le cose che si stringono, costringono, imprigionano, legano la mente nel punto in cui essa è veramente libera. Così l’anima si annoda.
Milo Rossi, Poeta
“Lidia Giusto: la camera oscura della mente”
In quel nodo di chiaroscurità risiede la fotografia di Lidia Giusto, questa giovane e promettente artista genovese, mai soddisfatta e paga di raccontare il bianco e nero della vita col bianco e nero delle sue emozioni, utilizza le cesoie della luce sforbiciando inquadrature e operando tagli che strappano al bianco ciò che è del nero e sottraggono al nero ciò che è del bianco, in un alternarsi continuo di nuove realtà che ci appaiono come luoghi impervi e inaccessibili solo per chi non possieda la capacità d’immaginarli e di abitarli. In Lidia la luce, venendo in collisione con le cose e gli oggetti, provoca con essi un forte impatto emotivo, disgregandone le consuete forme della bellezza, lasciandone intatta tutta la sostanza poetica e malinconica. Se è vero che le idee prima ancora d’essere pensieri, sono visioni, in Lidia ciò che resterà impresso nel lampo di quella visione, non sarà solo l’immagine, bensì l’idea e il pensiero che l’hanno determinate. Osservando le foto della Giusto, viene da chiedersi da quale remota regione dell’interiorità vengano fino a noi quelle immagini indelebili come sogni e che del reale non possiedono ormai più che l’intensità e il dolore dell’abbandono, quel terribile e illuminante sentire che ogni abbandono reca con sé. E di sicuro possiamo evincere che ogni opera di Lidia Giusto provenga, prima ancora che dall’obiettivo, dalla camera oscura della sua mente e che solo un attimo dopo si fissi nelle abbacinanti trame della sua stessa intima oscurità. Pensiero nero e argento, punteggiato qua e là da qualche luminosissimo riverbero che rende la possibilità di ogni sua visione, sfaccettata come la superficie di un diamante. Un diamante sul Nulla, il memento mori della vita. Ogni cosa vissuta ne richiama un’altra immaginata, ogni cosa immaginata ne ricama una vissuta. Basta entrare nelle fotografie di Lidia Giusto.
Maria Rita Montagnani, Critica d'Arte
"Infinita attesa"
Il silenzio delle cose state
ingoia il clamore delle cose abbandonate,
ogni cosa resta prigioniera
dei suoi ruderi di memoria.
Qui è rimasto il cuore
di chi è andato via contro
il suo volere,qui è passato
il suo dolore,ogni sua gioia,
- l'amore- ma qualche lembo
della sua vita è stato strappato
al tempo eterno.
Qui ogni cosa finita
trapassa in un'altra vita,
qui ogni cosa resta sospesa
in un'infinita attesa.
In questo cronicario
del vivere precario,
la mia ostinata malinconia
governa gesti e circostanze,
tiene nella mano oscene felicità
e mi confonde nel mondo
e nella sua falsità.
Ancora non ho imparato,
non ho imparato ancora
che nella vita si disimpara
tutto,ora dopo ora.
"Quando il momento cade"
Sono nascosto nello
scorrere del tempo,
quando il momento cade
nel rimpianto di ogni gesto stanco.
Dove il vivere fu splendore,lì
si placa il mio dolore.
Non so dire infine se fu gloria,
solo tra queste ombre di pietra
si sussurra la mia storia.
Milo Rossi, Poeta
"GIUSTO, LA FOTOGRAFIA.”
La fotografia è una chirurgia emozionale e umorale, ma senza anestesia, quando è d’autore. Uno scatto diventa un’opera quando qualcosa viene strappato a se stessi, da una radice comune, alle stesse cose che racchiudiamo in una forma di dolore o di stupore, e questa forma si agita in una tensione, non resta immobile, non rimane quieta e stabile. Lidia Giusto non utilizza il mezzo fotografico per raggiungere un equilibrio emotivo, semmai si avvicina, si addentra in ciò che sa possa rappresentare una minaccia di rottura per l’omeostasi psichica, in quelle circostanze e situazioni in cui maggiormente le nostre difese vengono meno e le certezze vacillano fino a cadere. I suoi interni sono rischiarati da luci rarefatte ed irreali perché rispecchiano la vita umana nelle sue più intime pieghe, e in essi non vi è presenza alcuna, perché le cose stesse parlano di quella presenza in vece sua, attraverso l’assenza, come un alveo del fiume racconta di quel fiume anche attraverso la sua secca. Lidia raccoglie quelle vite interrotte, quegli abbracci spezzati, per riallacciarli a quelle parti di se stessa che sono rimaste interrotte, che sono state spezzate, in un’empatia profonda ed esistenziale. Se la verità non è invisibile, è pur vero che l’unica verità è “l’invisibile” e la fotografia di Lidia ha la capacità di raccoglierlo e concentrarlo, dentro a scatti indelebili come le sequenze di un elettroshock. La Giusto ci racconta storie di ombre ormai sfuggite ai loro corpi, di come esse sappiano scavare nel profondo portando alla luce quel senso della morte che sa sorprendentemente illuminare anche la vita. Le sue sospensioni a tratti claustrofobiche, i suoi silenzi pervasivi, le diffusioni della memoria nel tessuto dei contasti, tutto converge in quella zona buia dove ci è consentito di conoscere solo ciò che si guarda ad occhi chiusi. Come un incanto alla rovescia che mira al disincanto totale del tempo e del mondo. E Giusto la fotografia può salvare quel mondo nascosto e vitale (perché rivitalizzante), ricongiungendolo alla zona più oscura e remota della nostra anima. "
Maria Rita Montagnani
Lidia Giusto: Note biografiche/ Progetto e indicazioni personali sulle proprie immagini.
“Da sempre appassionata di fotografia, il suo approccio ad essa si è affinato viaggiando, spostandosi, esprimendo ciò che vede e percepisce in immagine, utilizzando lo scatto come tramite delle sue sensazioni. Fotografa delle emozioni, cerca di catturare il luogo in cui si trova e ciò che le trasmette, in maniera estremamente naturale, immediata, riflessiva e di impatto. Il suo progetto personale di esplorazione urbana è attivo da più di dieci anni, e si avvicina in particolar modo alla branca dell'archeologia industriale, all'interno di una ricerca emotiva e psicologica, verso tutto ciò che passa inosservato nel quotidiano e viene rivalutato solo attraverso l'immagine, lo scatto in bianco e nero,donando in questo modo nuova vita e luce a luoghi di meravigliosa profondità e sensibilità, molto spesso cancellati, dimenticati dagli sguardi e dalle istituzioni, abbandonati ad un destino di inevitabile decadenza. Abbandono urbano ed archeologia industriale inteso nel suo caso come studio dell'inquadratura, struttura, linee, ma soprattutto come introspezione dell'animo."
“Credo di amare la fotografia da sempre; amo così tanto questa forma d'arte che ogni attimo è potenzialmente importante e può essere fermato nel tempo. Circa dieci anni fa ho preso piena coscienza di questo e precisamente quando mi sono avvicinata al tema degli abbandoni industriali, civili, fondamentalmente per un'esigenza personale sentita, non più idealizzata ma concreta. Si è posto di fronte ai miei occhi un nuovo modo di vedere, filtrandolo attraverso l'obiettivo e cercando di trasmettere sensazioni. Fotografia dell'abbandono, archeologia industriale e urbana, è per me una ricerca di tracce di ciò che un tempo era e che oggi ancora è (anche se a volte profondamente mutato nella sua struttura originaria) e di solito non viene osservato con consapevolezza. Il percorso che ho intrapreso sulla tematica dell'abbandono è un progetto di divulgazione visiva, il cui scopo è quello di comprendere come sia possibile riscoprire emozioni in luoghi dimenticati, ma allo stesso tempo vivissimi, con il fardello di storia importante che tutto ha dietro di se. Il motivo del quale sia possibile, in quei silenzi, udire ancora i rumori che un tempo erano quotidiani, e percepire attraverso l'immaginazione e sottili segnali che a volte vi è una bellezza anche nella decadenza stessa delle cose.
Scatto dopo scatto mi accorgo puntualmente e con sorpresa, che gli anni dedicati all'osservazione e al congelamento di immagini mi hanno in qualche modo insegnato a catturare anche quello che solitamente non si percepisce, non si vede, quello che i nostri occhi non hanno l'abitudine di mettere a fuoco. Fotografo tutto ciò che attrae la mia attenzione e la mia curiosità, tutto ciò che mi emoziona e stimola, in un reportage quotidiano di quello che è la mia vita, un occhio che coglie ed estrapola le sensazioni, i pensieri, le riflessioni, e le pone di fronte a chi vuole per un attimo cercare di immergersi in questo, cercando di trasmetterlo visivamente, denso di sfumature a cui personalmente è difficile sottrarsi. Un coinvolgimento totale insomma, incentrato sul tentativo di veicolare stati d'animo attraverso le immagini, una passione che mi porta a crescere giorno dopo giorno, cercando sempre di fotografare oggetti, spazi interni ed esterni, sospesi nel tempo e nello spazio. Soggetti immobili ma urlanti e vitali, come ricordi, che non si possono modificare, ma rivivere e riascoltare, a volte così descrittivi, schietti, diretti nell'espressione di sensibilità. Per le mie immagini utilizzo una macchina fotografica analogica e una digitale; quando mi è possibile sviluppo e stampo autonomamente."
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Lidia GiustoStairs, roofs, shadows all desperately in pursuit of an escaping light—an exploration of abandoned spaces and the suffocating mystery therein.